burning bright

leggere, ascoltare, vedere, pensare, sognare . . .

venerdì, 10 luglio 2009
Parole sante

"La soglia del nostro stupore e della nostra reazione nei confronti di una catastrofe etica, istituzionale, umana, "culturale", si è abbassata sempre di più, sempre di più... fino a scomparire sottoterra. Fino a considerare normale un orrendo spettacolo, che in un paese democratico tutto è tranne che normale. Con questo lavoro non voglio convincere nessuno, voglio semplicemente ricordare che questo schifo, di cui fa parte anche il conformismo e il servilismo di tanti giornalisti, è successo davvero. Da 15 anni 60 milioni di italiani sono ostaggio degli interessi di una sola persona. Un'umiliazione impensabile fino a poco tempo fa. Da parte della sinistra c'è stata un'incapacità totale di reagire e affermare la propria identità. Si è fatta aggredire e sbeffeggiare. È arretrata in continuazione, ha adottato luoghi comuni come quello che non bisogna demonizzare Berlusconi per non spaventare i moderati. Su certe spaventose posizioni e leggi volute dalla Lega da sempre hanno avuto parole più nette alcuni settori della Chiesa. Il pragmatismo della sinistra la porta addirittura a corteggiare e a ipotizzare alleanze con la Lega. E invece no, sono portatori di disvalori, punto e basta. In questi anni la sinistra ha avuto paura di tutto. È stata prigioniera di personalismi senza personalità. Senza dimenticare lo slogan penoso della destra e di molti giornalisti secondo il quale il conflitto di interessi non interessa agli italiani, dato che la maggioranza ha votato Berlusconi. C'è un piccolo dettaglio: interessa alla democrazia. Spero solo che, dopo gli ultimi avvenimenti, almeno un risultato sia ormai acquisito: il tramonto dell'ipotesi che un tipo che si considera al di sopra della legge possa aspirare al Quirinale".

Nanni Moretti

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venerdì, 01 giugno 2007
Tin Hat: The Sad Machinery Of Spring

La recensione non c'è

Vorrei davvero che le mie parole potessero avere la magia di raccontare la musica, ma so, anzi ho sempre saputo che così non è e non sarà mai. Perché nonostante suonino, le parole non sono musica e possono solo illuderci di imitarne l'essenza. Allora i mille vocaboli che posso combinare per descrivere questo disco saranno sempre un inganno. Inganno divenuto ai miei occhi palese quando ho riletto i termini, che l'ascolto mi regalava, caduti a caso su un foglio bianco, come foglie secche sul selciato.

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sabato, 25 febbraio 2006
Giovanni Raboni: Ultimi versi

La scomparsa di Giovanni Raboni avvenuta nel 2004 ha lasciato un vuoto nella vita culturale italiana e oggi la pubblicazione da parte di Garzanti dei suoi ultimi versi scritti nei due anni antecedenti la morte, contribuisce almeno in parte a colmarlo. Tuttavia è triste, se non assurdo, scoprire che l'attenzione verso le ultime opere di questo intellettuale e poeta debba legarsi anche ad una vicenda che per ora non appare del tutto limpida. Pare, infatti, che l'editrice Einaudi non abbia voluto pubblicare questi versi di Raboni. Le ragioni? Le cronache dicono: una valutazione non convincente del valore letterario dei testi proposti. Più che legittima come posizione direi. D'altra parte appare almeno strano che una casa editrice si lasci sfuggire la possibilità di pubblicare gli ultimi lavori di un poeta come Raboni. E' allora lecito domandarsi se non ci siano altre ragioni? Quali?

Patrizia Valduga, compagna di Raboni e autrice della postfazione del libro, ritiene che questa scelta possa essere connessa al fatto che Einaudi fa parte del gruppo Mondadori, proprietà del presidente del consiglio. I testi di Raboni, infatti, sono caratterizzati da un elevato senso polemico e critico nei confronti del berlusconismo, diffuso al punto da aver contagiato anche la sinistra italiana. La critica di Raboni, aspra, amara, dura, senza possibilità di fraintendimenti, appare chiaramente indirizzata verso una controcultura diffusa nel nostro paese, attraverso una lettura molto più ampia delle piccole e miserabili beghe politiche cui ci tocca assistere quotidianamente. Raboni, quindi, usa lo sguardo spaziante del poeta, capace di interpretare la realtà da punti di vista inediti. Con le sue parole va oltre le apparenze ed evidenzia un pericolo che lui stesso aveva chiaramente delineato: "sia detto, amici, una volta per tutte: a correre rischi non è soltanto la credibilità della nazione o l’incerta, dubitabile essenza che chiamiamo democrazia, qui in gioco c’è la storia che ci resta, il poco che manca da qui alla morte." Poi come stiano davvero le cose in Italia è una discussione aperta, cui Raboni contribuisce non poco, denotando un impegno civile e politico chiaro contro i segni di una cultura dilagante (dilagata?). Perché Einaudi, invece, non abbia pubblicato questo libro, rimane un mistero che può essere solo interpretato. Ma tutte queste ragioni, reali e apparenti, credo che bastino per definire questa lettura importante e doverosa.




Canzone della nuova era

Bisognerà riabituarsi
a contarli per numeri romani
(di sicuro qualcuno
si ricorda ancora come si fa)
gli anni che son passati
e quelli ahinoi che passarono
in questa nuova era
della nostra tragicomica storia.

Il problema è da dove, esattamente,
far partire i conteggi:
dalla discesa in campo
o dall'ascesa al trono,
dalla prima vittoria elettorale
o dall'ultima quella
che ha segnato di sé
il nuovo millennio?

O sarà invece il caso
d'andare più indietro, per esempio all'ingresso nella loggia
o a quandola coscienza del paese
ha cominciato a modellarsi sui palinsesti di canale cinque?

Sarebbe già più di un ventennio, allora
più di un ventennio...

 

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venerdì, 14 ottobre 2005
Lampi di Teatro

Ricordo una bella serata di qualche anno fa trascorsa a teatro quando vidi la rappresentazione della piece "Tradimenti" del drammaturgo inglese Harold Pinter. Avevo letto il testo alcuni anni prima, innamorandomene come già mi era successo con Beckett. Lo trovavo struggente. L'uomo, nei drammi di Pinter, è inesorabilmente perso e attraverso la sua scrittura ne avvertivo il grido spesso disperato.
 
In "Tradimenti" la rappresentazione delle contraddizioni umane in un lungo arco temporale mi affascinava particolarmente. E ancor di più mi colpiva la struttura narrativa della vicenda. La storia, infatti, comincia dalla fine e va a indietro nel tempo. Si vivono così attraverso una serie di flashback gli sviluppi a ritroso di una storia qualunque: Emma tradisce Robert con Jerry. L'amicizia tra Robert e Jerry è l'altro elemento importante di questa storia in cui l'amore e la sua percezione muta con il gioco della memoria, con il tornare indietro nel tempo, permettendo di afferrarne tutte le finzioni. Vedere il passato dopo il presente ci mostra in un modo diverso i personaggi, nelle loro banalità, nella loro quotidianità, nella loro piccolezze. In fondo non conta la storia, contano le vite che rappresentano tutti i problemi e le ipocrisie della società borghese. Ciò che accade in fondo è banale, un tradimento appunto, ma non banale è il modo in cui Pinter raffigura le relazioni tra i personaggi denudando la natura modificabile dei rapporti che si instaurano quando nasce, appunto, un tradimento.
 
Ricordo che la trasposizione del testo non mi deluse affatto. Però ancora una volta attraverso la rappresentazione riuscii a cogliere alcuni registri che francamente mi erano sfuggiti leggendo il testo, fra tutti il comico inserito tra le righe che creava un cambio di ritmo gradevolissimo, capace di dare respiro alla narrazione. Andare a teatro è sempre un'esperienza unica e irripetibile.
 
Ieri a Stoccolma Harold Pinter ha ricevuto il premio nobel per la letteratura. Nelle motivazioni per l'assegnazione del nobel si legge: "Nelle sue commedie Pinter rivela il baratro che si nasconde sotto le chiacchiere di tutti i giorni e si fa strada nelle stanze più segrete dell'oppressione".
Ho voluto ricordarlo scavando nei miei ricordi cercando di individuare cosa abbia significato questo autore per me. L'ho voluto fare perché credo che sia un giusto riconoscimento verso uno dei testimoni del nostro tempo che ha messo in evidenza quanto di peggio si nasconda nella nostra società.

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sabato, 17 settembre 2005
Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi - Danza di una ninfa, storie di Tenco

Trentotto anni ci separano dalla tragica notte in cui Luigi Tenco perse la vita, eppure la sua musica e le sue parole oggi sono vive e non solo nei ricordi di chi lo ha conosciuto. Molte canzoni del suo repertorio sono difatti entrate nella memoria musicale collettiva e appartengono un po’ a tutti. Forse perché brani come "Mi sono innamorato di te", "Un giorno dopo l'altro", "Vedrai vedrai" sono ancora capaci di conquistare all’istante chi li ascolta grazie alla loro chiara sincerità e semplicità solo apparente. In altre parole, credo che il mondo poetico e musicale di Luigi Tenco sia oggi più che mai attuale, anche perché è costruito intorno a tematiche profonde ed universali come l’amore, la nostalgia, la rabbia e mostra la convivenza di naturali contraddizioni o le comprensibili amarezze di un uomo che guardava il mondo con occhi speciali.

Negli ultimi anni diversi musicisti si sono avvicinati alla sua musica, molti appartenenti al jazz: Tiziana Ghiglioni gli ha dedicato un intero album, mentre Stefano Bollani, Danilo Rea ed Enrico Rava hanno trasformato la sue canzoni in veri e propri standard, una possibilità quest’ultima che, a parere di chi scrive, non è stata ancora sfruttata adeguatamente. Il pianista Enrico Pieranunzi e la cantante Ada Montellanico ugualmente avevano già eseguito la sua musica in chiave jazz, oggi, però, aggiungono a questo percorso un nuovo e significativo capitolo con queste "Storie di Tenco". Un progetto singolare che risulta di grande interesse soprattutto perché presenta quattro testi inediti del cantautore, accuratamente custoditi per decenni dalla famiglia Tenco. I testi sono stati affidati ai due musicisti che hanno composto delle musiche originali. In particolare Ada Montellanico ha composto le musiche di "Danza di una ninfa sotto la luna" e "Da quando", mentre "Mia cara amica" e "O me" sono toccate ad Enrico Pieranunzi. Si tratta, dunque, un’operazione coraggiosa, difficile e rischiosa, ma sostanzialmente riuscita, perché i due si sono avvicinati alle parole di Tenco con grande rispetto, cautela e sensibilità, consentendoci di apprezzare ancora le sue doti poetiche.

È così possibile riconoscere l’anima di Tenco nelle parole di "Danza di una ninfa sotto la luna", che da un inizio fiabesco precipita sulla terra in "perché" senza una risposta, riscoprire il suo romanticismo ora malinconico in "Da quando" ("Da quando / ho perso il tuo sorriso / ho perso anche il mio"), ora disincantato in "Mia cara amica" ("Mia cara amica mi sono accorto / che ti ho voluto soltanto bene / ma per poter restare assieme / bisognerebbe fingere di amarti"). La musica si lega con estrema naturalezza alle parole, dando attraverso l’interpretazione vocale un grande respiro ai contenuti espressi nei testi. Ada Montellanico è, infatti, in grado di porre egregiamente l’accento nei passaggi giusti, non cadendo nel tranello di ripetere in modo pedissequo lo stile del cantautore. Si appropria della poesia e della musica di Tenco in un modo originale insomma. Enrico Pieranunzi, invece, elabora dolcemente queste melodie con il suo raffinato e personalissimo tocco pianistico, che si pone in continuità con quello di Bill Evans. Accompagnati da grandi musicisti come Paul McCandles ai fiati, Luca Bulgarelli al contrabbasso, Bebo Ferra alla chitarra, Michele Rabbia alla batteria e Piero Salvatori al violoncello, oltre gli archi dell’Arkè String Quartet, Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi hanno completato questo lavoro interpretando alcune delle canzoni più belle del cantautore, partendo dalla toccante incertezza di "Mi sono innamorato di te", all'emotività di "Ho capito che ti amo" e fino all'impressionismo di "In qualche parte del mondo".

Alla fine risulta un disco che probabilmente non presenta sussulti e sorprese, riuscendo comunque sempre ad essere estremamente raffinato e a tratti molto affascinante, capace però di lasciare un soffio di amarezza. Infatti, quando qualcuno ci lascia troppo presto, spesso ci si chiede cosa avrebbe potuto ancora regalarci. Questo disco risponde solo in parte a questo interrogativo, ma tanto basta per accrescere il rammarico di un'assenza.


 

Stelle 4/5

More info: egeamusic

Tracklist:
1 Mi sono innamorato di te 7'20''
2 Da quando 5'26''
3 Mia cara amica 6'09''
4 Quasi sera 4'48''
5 Danza di una ninfa sotto la luna 6'20''
6 Che cos'e' 4'09''
7 Ho capito che ti amo 5'36''
8 Il tempo passo' 5'35''
9 In qualche parte del mondo 5'45''
10 O me 4'59''

Credits:
Ada Montellanico voce
Enrico Pieranunzi pianoforte, arrangiamenti
Bebo Ferra chitarra
Luca Bulgarelli contrabbasso
Michele Rabbia percussioni
Piero Salvatori violoncello
Paul Mccandless fiati
egeamusic 2005


 

 

 Danza di una ninfa sotto la luna

Anche stanotte
uscita dal mare
tu, ninfa, danzi
vestita di luna...

  

Come nel mito
distruggi il pensiero
e sulla sabbia
disegni un perchè... 

 

E quando all'allba
tu sparirai
sarò più solo
sotto la nuova luce...

  

Un'illusione
di felicità...
Ma perchè piangi,
ninfa, anche tu?...

 

 


 

Disegno di Gulliveriana   

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sabato, 03 settembre 2005
Shhhh...

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venerdì, 01 luglio 2005
El Fisgón - Storia della globalizzazione a fumetti

Sono diversi anni che sentiamo parlare continuamente di globalizzazione, un termine ambiguo nell’uso e nei contenuti, che appaiono spesso suscettibili di molteplici interpretazioni. Benché sia entrato nella nostra lingua e nell’immaginario collettivo, non tutti però hanno un’idea precisa del suo significato. Ciò tutto sommato è un male perché, in modi e da prospettive differenti, la globalizzazione riguarda tutti. Ha, difatti, caratterizzato profondamente le trasformazioni sociali ed economiche dell’ultimo decennio e sicuramente influenzerà non poco le nostre vite negli anni a venire. Allora per comprenderne pienamente il significato ed avere una visione articolata sulle prospettive e sui pericoli che porta con sé, è possibile scegliere tra i numerosi saggi che sull’argomento sono stati pubblicati negli ultimi anni. Cito a titolo di esempio “La globalizzazione e i suoi oppositori” di Joseph E. Stigliz (Einaudi 2002), “Lo sviluppo è libertà” di Amartya Sen (Mondatori 2000) o ancora il celeberrimo “Impero: Il nuovo ordine della globalizzazione” di Michael Hardt e Antonio Negri (Rizzoli 2002).

D’altra parte, accanto ad un approccio scientifico dell’argomento, ne esiste un altro diverso, ma non meno interessante, fornito da uno dei maggiori fumettisti messicani: Rafael Barajas Durán. Con il suo soprannome da battaglia - El Fisgón (il ficcanaso) – l’autore latino-americano ha scritto per l’appunto una sua storia della globalizzazione a fumetti. Una storia terribile, amara, costellata di orrori e miserie che El Fisgón mette in evidenza con lucidità e ruvida ironia nelle sue tavole in bianco e nero, scarne sotto il profilo grafico, ma estremamente ricche di contenuti, espressi grazie all’uso di fitte e lunghe didascalie.
Il tema della globalizzazione viene così letteralmente aggredito e posto di fatto in diretta continuità con termini, forse troppo in fretta storicizzati, come imperialismo e colonialismo. L’autore, infatti, inizia la sua storia andando a cercare le radici del presente nel passato lontano. Partendo dal feudalesimo la sua matita racconta prontamente l’evoluzione del libero mercato, passando attraverso i momenti più importanti della storia: la rivoluzione francese, le trasformazioni industriali, l’avvento del comunismo e la sua fine, giungendo ai nostri giorni dominati dagli USA.

Non avremo la verità leggendo queste pagine, ma una verità, perché la visione della globalizzazione di El Fisgón evita volutamente la ricerca dell’equilibrio. Non è distaccata e razionale, ma radicale, arrabbiata, amara, contrapponendosi nella maniera più assoluta alla logica che pone il denaro e il potere sopra ogni cosa. Il suo in fondo è un doloroso sarcasmo ed alla fine dalla lettura abbiamo più che altro la possibilità di capire come una parte del mondo ci guarda, perché è un chiaro “je accuse” nei confronti dell’opulento mondo occidentale, in contrapposizione alla disperazione dei paesi poveri. Divengono perciò palesi cause e conseguenze – storiche ed attuali - di uno stato di cose, che spesso, se non sempre, è più facile far finta di non vedere, anche perché non si bene cosa poter fare. Ma averne piena coscienza è già un risultato, allora, per una volta, diamo un’occhiata attenta e scopriremo che il vero bersaglio di quest’opera è non il profitto in sé e per sé, ma solo quello senza confini e nazioni, che sovrasta ogni cosa, ogni valore, che ha sempre determinato orrori, guerre, fame, sofferenze, ingiustizie, disuguaglianze, calpestato vite umane, ingannato interi popoli. Denuderemo così quel “fil rouge” che unisce le miserie del mondo. Buona lettura.

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martedì, 21 giugno 2005
Staffetta sui libri

Raccolgo, non proprio prontamente, il testimone passatomi da Gulliveriana  ( grazie:) ) sulla staffetta dei libri, vediamo un po' cosa ne viene fuori.

1. Libri che possiedo nella mia biblioteca:
Dando uno sguardo veloce alla mia biblioteca emerge il quadro di un lettore volubile. Infatti, accanto ai romanzi si trovano libri di poesia italiana e straniera, testi teatrali, gialli, saggistica economico-giuridica, testi di organizzazione aziendale, monografie di musicisti, libri di storia, cataloghi d'arte, più qualche tonnellata di fumetti. Semmai può sorprendere l'assenza quasi totale di best-sellers stile Wilbur Smith e Scott Turow, infatti pur avendone letto qualcuno, come tutti sotto l'ombrellone, non riesco ad appassionarmi più di tanto

2. Ultimo libro che ho comprato:
E' un fumetto che cercavo da tempo immemorabile. E' stato appena ristampato dalla coconino press, tratto dall'opera di Paul Auster "Città di vetro" di David Mazzucchelli e Paul Karasik.

3. Libro che sto leggendo ora:
Di solito ho diversi libri sul mio comodino che periodicamente prendono polvere o vengono rispolverati. Benchè concluso, ancora giace ad esempio un saggio su Pietroburgo di Solomon Volkov "San Pietroburgo: da Puskin a Brodskij, storia di una capitale culturale" che mi sta servendo molto per avere un nuovo approccio alla lettura della poesia di Anna Achmatova ora in rilettura in una raccolta Einaudi. Ho quasi concluso anche la lettura di un saggio dal titolo "La poesia salva la vita: capire noi stessi e il mondo attraverso le parole" di Donatella Bisutti, che sto alternando a "Una storia della musica" di Giordano Montecchi. Chiaramente poi ci sono sempre i fumetti. Attualmente sto leggendo "Yossel: 19 aprile 1943" di Joe Kubert

4. Tre libri che consiglio ad altri blogger:
Ne dico almeno quattro:
Ricorda con Rabbia di John Osborne . Un'opera teatrale sconvolgente
Watchmen di Alan Moore e Dave Gibbons. Il fumetto più bello mai scritto e disegnato.
Fanny Hill Memorie di una donna di piacere di John Cleland. Un classico del suo genere
L'età dei diritti di Norberto Bobbio Uno strumento fondamentale per il nostro presente

5. Cinque blogger a cui passo il testimone:
Lascio assoluta libertà. Chiunque voglia proseguire questa staffetta può farlo come crede e dove vuole: sul suo blog, nei commenti a questo post, su altri blog ...

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giovedì, 16 giugno 2005
Perché la pazienza ha un limite, Pazienza no!

Ognuno ha avuto i suoi anni '80. C'è chi militava nei giovani socialisti con un atteggiamento rampante verso il futuro, chi passava le ore nelle federazioni della Figci guardando al passato, chi in palestra imitando Rambo, chi ascoltava i Duran Duran sognando Simon Le Bon, chi voleva essere Sid Vicious non sapendo chi era, chi guardava "Drive In" ridendo del nulla, chi indossava le Timberland credendo di essere qualcuno, chi si guardava intorno non capendo bene cosa lo circondasse.

Io leggevo Andrea Pazienza (23 maggio 1956 - 16 Giugno 1988), anzi lo divoravo letteralmente per ore ed ore, poi, quando finivo di leggere, ricominciavo da capo. Al liceo durante certe mattinate, che il professore impegnava spiegandoci la letteratura greca con assoluta freddezza, estremo distacco ed una deprimente mancanza di coinvolgimento, delle volte trovavo rifugio nelle coloratissime tavole di Andreaz, nelle sue storie vive e incredibili, nel suo tratto unico. Ho letto centinaia di volte storie come "Verde Matematico" o "La prima delle tre", riso come un pazzo sfogliando e risfogliando le storie dell'odiato/amato maligno pulcinella che è Zanardi, pianto dinanzi alla tragedia di "Pompeo", riflettuto su ciò che non avevo visto dinanzi a "Le straordinarie avventure di Pentothal". Le sue vignette, inoltre, erano lampi di genio, che non solo facevano ridere veramente ma ti facevano sentire meno solo. Ad esempio, ricordo ancora una copertina - profetica - di Frigidaire (mi pare) all'indomani dell'elezione di Francesco Cossiga (lo stesso Kossiga Ministro degli Interni nel '77) alla Presidenza della Repubblica, il titolo era "Non ce lo leveremo più dai coglioni" e rappresentava il neo Presidente come un membro che ballonzolava in mezzo alle gambe. Oppure ancora un Wojtyla rappresentato su un bordo piscina, in giacca da sera con un cocktail in mano che osservando il cielo pensa "E se esistesse davvero? Mavvedi cosa vado a pensare...". La sua arte ha mille esempi di cattiveria, umorismo acre, sarcasmo e intelligenza. Ma anche leggerezza, comicità, come nella sua personalissima rappresentazione di Pertini, e poesia della memoria - Una Estate - della tragedia della vita - Campofame. C'era un mondo nei disegni di Pazienza, un mondo senza confini: "perché la pazienza ha un limite, Pazienza no!". Geniale era la destrutturazione delle tavole, l'uso del linguaggio parlato, la sua capacità di dar vita alle visioni, il riuscire ad elevare il disegno a letteratura.

Spiazzante, libero, talentuoso, dissacrante, volubile, eclettico, geniale, innovativo... cercare di descrivere Andrea Pazienza porta ad alternare come un onda decine di aggettivi, ma è praticamente impossibile farne un ritratto preciso con le parole. Forse solo una è esemplificativa come poche: amato. Già perché Paz fu amato come pochi ed ha rappresentato un punto di riferimento per molti della mia generazione, quelli in particolare che, avendo alle spalle il '77, presero in faccia gli anni '80, mai digerendoli del tutto. Ancora mi manca e per questo lo voglio ricordare oggi nel giorno che celebra la sua morte odiosa, avvenuta improvvisamente per overdose a Montepulciano diciassette anni fa. Ciao Paz.

More info:

-
un'intervista
- fumetti.org
-
Paz 
-
Andreaz
-
2fly
-
segnali di vita
-
spaz
-
lambiek

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venerdì, 27 maggio 2005
Lampi

Un tempo si diceva tabula rasa, oggi si preferisce usare il termine reset, ma il significato tutto sommato non cambia. Ogni tanto c'è bisogno di riavviarsi, di cancellare tutto dalla mente, di fare ordine per ricominciare. Quando bisogna farlo in realtà non si può mai sapere per certo, ma stando attenti lo si può avvertire leggendo certe piccole sensazioni. Ognuno poi ha i suoi codici e tempi per capirlo. Io è da un po' di giorni ripeto a me stesso che mi servirebbe fare tabula rasa ed ora il caso mi ha regalato una piccola occasione per riuscirci. Dunque la colgo e stacco per qualche giorno dal web per dedicarmi a me stesso, recuperare energie, fare una piccola catarsi. Nel salutare i gentili navigatori che di tanto in tanto passano da queste parti, lascio, in forma di immagini e parole, un pezzetto di questo percorso che ho già cominciato. A presto.

***

Tra i rami

Filtra tra i rami curiosa, è una bambina.
Discreta ad essi si sposa ogni mattina.

Nulla sa o vuol fermare il suo cammino
Rivolto a ininterrotte terre di conquista.

E se l'eterna notte è il suo destino
Il mio è solo poter dir d'averla vista
.

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lunedì, 25 aprile 2005


Canto degli ultimi partigiani


Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d'uomini

Ma noi s'è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Mal'hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà

Franco Fortini (1945)

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lunedì, 18 aprile 2005

Frank Miller – Sin City
La città del peccato

Fra i film più interessanti della prossima stagione cinematografica ci sarà certamente "Sin City" , di Robert Rodriguez. Gli interpreti - Bruce Willis, Mickey Rourke, Elijah Wood, Benicio Del Toro - e la collaborazione al progetto di Quentin Tarantino, sono presupposti che fanno ben sperare su questo lavoro. Ma c'è un altro elemento che rende palpabile l'attesa: la fonte ispiratrice. Infatti, il film, seguendo una strada aperta da tempo, si basa su uno dei più grandi capolavori dei comics, ovvero Sin City di Frank Miller, cioè uno dei pochissimi autori, insieme a Will Eisner, Alan Moore, Art Spiegelman, che ha avuto la capacità di imprimere un’energica svolta al mondo del fumetto. E chi non conosce quest’opera ha l’occasione di potersi preparare adeguatamente al film. La Magic Press la sta, difatti, ristampando integralmente.

Si tratta di un capolavoro del fumetto. Le ragioni che conducono a questa considerazione sono diverse e comprendono sia il profilo grafico, che quello narrativo. Sotto il primo aspetto “Sin City” è caratterizzato da uno stile asciutto, pulitissimo, netto, senza contrasti tonali e sfumature, prediligendo un marcatissimo bianco e nero. Lo spazio per il colore è riservato a piccoli, isolati e rari tratti, come il blu di uno sguardo o il rubino di un rossetto. Un effetto agli antipodi rispetto ad altri lavori di Miller – Ronin ad esempio – caratterizzati proprio da una ricchezza di colori e giochi grafici, soprattutto nella costruzione delle tavole, che in questo caso sono molto più lineari e squadrate. Questa scelta richiama alla mente il cinema noir degli anni ’40 e si lega strettamente al profilo narrativo e ai contenuti delle vicende che animano “Sin City”, la città del peccato. La sceneggiatura rientra nel così detto genere hard-boiled, descrivendo personaggi tormentati, angoscianti e angosciati, ambigui, tenebrosi, crudeli, che vivono la vita senza mezze misure. Lo stile narrativo di Miller è incalzante ed il ritmo è dettato dall’alternanza fra il dialogo, il monologo e la pura azione sullo sfondo notturno, sporco, metropolitano della città di Sin City. Un enorme teatro dove si agitano le vite di assassini, traditori, puttane, disperati, reietti. Gente predestinata al tormento, senza un futuro, senza fiducia, speranza.

È un mondo terrificante, inquietante e maledetto, quello descritto da Miller, ma sarà poi così distante dal nostro? Non so. Certo è che a volte la violenza assume dei toni così paradossali da diventare grottesca, il che nella realtà è perlomeno difficile. Un enorme bassofondo crepuscolare, dunque, dove tutto è diviso a metà come il suo prodigioso, splendido e affilato bianco e nero.

Mi domando se la trasposizione cinematografica riuscirà a mantenerne l’intensità narrativa. Nel recente passato il rapporto tra cinema e fumetto non è stato privo di esiti perlomeno discutibili, su tutti l’orrendo film tratto da “From Hell” di Alan Moore con Johnny Deep. D’altra parte Frank Miller è già da tempo un uomo di cinema, avendo realizzato la sceneggiatura del film “Robocop”, inoltre è di buon auspicio la sua presenza nella regia del film al fianco di Rodrigues. Insomma, mettiamo da parte i pregiudizi e aspettiamo fiduciosi il film nelle sale. Nel mentre leggetevi quest’opera: non ne rimarrete delusi.

More info: alcune immagini del fumetto 

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