leggere, ascoltare, vedere, pensare, sognare . . .
Piove...
Fa caldo... ascolto "Between The Bars" di Elliott Smith.
"Drink up, baby, stay up all night
The things you could do, you won't but you might
The potential you'll be that you'll never see
The promises you'll only make..."
"Quante volte ho ascoltato questa canzone?" Mi domando. Tante sicuramente, mai troppe però. E' certamente una delle mie preferite e ogni volta mi lascia uno strano miscuglio di sensazioni addosso. Sensazioni veloci, brividi leggeri e sfuggenti, accanto a mille pensieri e il primo è sempre una domanda: "Perché andarsene?".
Non fa più tanto caldo adesso e non so nemmeno il perché.
Ho scritto queste parole un po' di tempo fa. Le avevo dimenticate. Non ho mai dimenticato invece i suoi protagonisti, che mi mancano ogni giorno che passa. Le ho ritrovate su un foglio accartocciato in fondo a un cassetto. Le ho rilette, limate e ora ho deciso di lasciarle qua dentro per chi avrà il tempo e la pazienza di leggerle, speriamo con indulgenza.
Davanti all'ipocrita platea di Los Angeles, dove dovevi ritirare un premio alla carriera tardivo e altrettanto ipocrita, raccontasti del tuo cuore malandato, ormai sostituito con quello di una giovane e sfortunata trentenne. Avrebbe potuto battere altri quarant'anni, nei quali avresti continuato a raccontare le tue storie, la tua america popolata da splendidi figli di puttana, perché avevi sempre voglia di cinema. In fondo ci credevi, lo si leggeva nelle tue parole. Invece... Allora proveremo noi a immaginarle quelle storie che sarebbero potute essere, useremo belle canzoni, sceglieremo gli attori, immagineremo i personaggi e una bozza di storia. Accenderemo la luce e poi diremo "si gira". Non sarà mai la stessa cosa, lo sappiamo. Forse ci si potrà in parte consolare riguardando ciò che hai lasciato, che per essere amato non ha mai avuto bisogno di un premio.
Avevo quattro, forse cinque anni quando sentii per la prima volta una sua canzone. Ricordo perfettamente quel giorno: mia madre mi affidò a mio zio che aveva una ventina d’anni e lui, per passare il tempo, mi disse: “Ascoltiamo un po’ di musica”. Il disco era “Non al denaro non all’amore né al cielo”, la canzone “Un giudice”. Ovviamente non capii il significato del testo, ma risi tantissimo alla frase “Un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore troppo troppo vicino al buco del culo.” Avendo il timore che potessi ripetere in altre occasioni il verso proibito, mio zio mi fece promettere di non dire niente a mia madre. Era un piccolo segreto, che ovviamente tradii ingenuamente canticchiando in completa assise familiare la canzone. Ricordo che mia madre si infuriò, mentre mio padre non faceva altro che ridere. In seguito fu proprio mio padre a farmi conoscere molte sue canzoni, dato che in macchina non ascoltavamo altro. “La canzone di Marinella” era fiabesca, “Volta la carta” una filastrocca, “Bocca di rosa” un acquarello, “La città vecchia” un’antica foto. E le parole si imprimevano nella mente, per sempre. Accompagnato dallo zio malandrino, ebbi anche la fortuna di sentirlo in concerto con la Pfm e benché sia passato tantissimo tempo è uno dei ricordi musicali più lucidi e belli della mia vita.
Con gli anni, crescendo, accanto alla musica scoprii e capii i significati delle parole. Questi diventarono pian piano un’architettura morale, che arricchivo giorno dopo giorno con le mie esperienze. Il pugno nello stomaco di “Tutti morimmo a stento” apriva uno squarcio di riflessioni profonde. L’umanità infinita de “La buona novella” mostrava un punto di vista poetico che aiutava a capire meglio. “Amico fragile” raccontava l’ipocrisia che già avevo imparato a conoscere. E crescevo. Canzoni come “La guerra di Piero”, poi, mi cambiarono letteralmente la vita, contribuendo a far di me quello che sono. Ma non fu da meno il disco “Indiano” che mi parlava al cuore da un’angolazione così vicina e al tempo stesso lontana, che è impossibile spiegare. E crescevo. Un’ estate la passai con “Creuza de mä”. Cos’erano quei suoni che tanto prufumavano di mare? Perché mi imbrigliavano e liberavano? Perchè sentivo che quelle vocali rotande mi aprivano un mondo? E crescevo. Così come mio zio fece con me, trascinai mio fratello nelle sue canzoni, che divennero così anche una colonna sonora di vita collettiva. C’erano sempre. Ricordo una festa in una cantina in un freddo inverno. Rita suonava la chitarra e cantava. In un attimo di silenzio mi venne in mente “Rimini”, iniziai a fischiarla, Rita mi seguì con la chitarra per poi cantare insieme “Teresa ha gli occhi secchi guarda verso il mare per lei figlia di pirati penso che sia normale…”; e alla fine alcuni chiesero “Ma di chi è questa bella canzone?”. E crescevo. Comparvero "Le Nuvole". La prima volta che ascoltai “La domenica delle salme” rimasi pietrificato dalla forza del testo. Il dolore come una pietra, viatico per raggiungere la forza del pensiero. La poesia un “pettirosso da combattimento”. E crescevo. Arrivò un altro concerto, diverso dal primo in un’atmosfera quasi familiare, si era tra amici, si stava bene. Qualche anno dopo, dopo lunga attesa sentii “Anime Salve”. Spiriti solitari disegnati indicando ora l’inutilità dell’odio, ora la stupidità del pregiudizio, ora la necessità di un cambiamento.
C’era sempre un passo in più nelle sue storie. Un passo in più che non dimenticava quelli già fatti. Un lungo itinerario in solitaria moltitudine. E crescevo. Il terzo concerto fu il più ricco di storia, memoria, emozioni con accanto una persona che come me condivideva l’amore per la sua musica e la passione per i suoi testi. Non sapevo, nessuno sapeva, né poteva immaginare che di lì a breve questo cammino si sarebbe interrotto bruscamente. La notizia mi arrivò qualche settimana prima, verso Dicembre. Un amico giornalista mi disse “Faber non ce la farà”. Il triste annuncio iniziò a circolare, di bocca in bocca, con discrezione e preoccupazione come se riguardasse una persona cara ed in effetti era proprio così. La tristezza di quell’undici Gennaio 1999 la ricordo bene, così come ricordo sempre cosa ha significato e significa per me la voce di Faber. E continuo a crescere.
***
"Anime salve è un disco il cui significato deriva dall'etimologia delle due parole: vuol dire "spiriti solitari". È un elogio della solitudine. Mi rendo conto che non tutte le persone possono stare da sole. I vecchi, gli ammalati, i politici; il politico, da solo, è un politico fottuto. Però credo che, per chi se lo può permettere, sia meglio vivere il più possibile appartati, perché si ha più accordo con il circostante, e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili; è fatto di alberi, di colli, di mari... Accordandosi con il circostante si ha anche la possibilità di impararsi meglio, di conoscersi meglio e, conoscendosi meglio, si riesce più facilmente a risolvere i propri problemi e, forse, anche quelli degli altri. Ora, sono l'ultima persona a poter dare un consiglio a qualcuno, me ne vergognerei. Però dico che il più possibile si vive da soli, meglio si vive: prima di tutto, non si fa del male a nessuno; in secondo luogo, difficilmente te ne fanno. Quello che veramente mi fa paura sono le aggregazioni, le consociazioni: è al loro interno che nascono i germi delle violenze, perché le aggregazioni si danno delle regole, per rispettare le quali creano le polizie; i capi fanno sì che le altre associazioni non possano interferire; si creano così gli eserciti. A partire dalla bocciofila, tanto per dire, per passare al Lions Club e arrivare fino allo stato. Questo ho sempre pensato. Non vuole essere un elogio della solitudine in senso assoluto, dell'anacoretismo. Sono il primo a dire che ho molti bisogni da espletare e lo faccio, di solito, attraverso il contatto con i miei simili. Sono bisogni di carattere spirituale, economico, sessuale, culturale. Dopo, tutto sommato, è meglio tornarsene a vivere in contemplazione di se stessi. Questo ho imparato e lo trasmetto anche a voi."
Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 - Milano, 11 gennaio 1999)
La musica detta il tempo delle nostre vite avvolgendosi come un edera ai nostri ricordi, divenendone una struttura per preservarli dal trascorrere del tempo che normalmente suddividiamo in ore, giorni, mesi, anni. Un anno ormai volge al termine, voltado indietro la mente a questi mesi trascorsi rinvengo tutta la musica che mi ha accompagnato e che sarà ricordo negli anni a venire. E' tanta, ma oggi è tempo di bilanci, perciò lascerò in questo spazio i titoli dei dischi che più ho ascoltato divenendo per me un significato particolare. Eccoli:
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Thelonious Monk Quartet with John Coltrane at Carnegie Hall; Jazz dal passato emerso da un cassetto polveroso. |
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Enrico Pieranunzi, Charlie Haden, Paul Motian - Special Encounter; Musica per sognatori |
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Un percorso musicale infinito |
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Thee Silver Mt Zion Memorial Orchestra & tra-la-la Band - Horses In The Sky; Angoscia del presente |
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Black Mountain Memorie dal sottosuolo |
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Bonnie Prince Billy/Matt Sweeney - Superwolf; Tormento ed estasi |
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Charlie Haden/Liberation Music Orchestra - Not In Our Name; Impegno civile forza morale cibo per la mente |
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Ry Cooder - Chàvez Ravine; Non dimenticare |
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Bill Frisell - Richter 858 Mai domo, una trottola di curiosità musicale e visiva |
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Uri Caine & Bedrock - Shelf-Life Classe e ironia in una miscela irresistibile |
Ora mi piacerebbe sapere dai navigatori erranti senza bussola di questo oceano virtuale spesso in tempesta, quali dischi, quali musiche li hanno accompagnati quest'anno. Non necessariamente novità. Canzoni, spunti, tutto quello che per voi ha avuto un significato. Tirate i remi in barca e ricordate.
I dischi dell'anno di Kosmo , Ivan , Josi , Monterey, J.a.r. , Jazzer e, nei commenti, quelli di tanti altri navigatori
Ricordo una bella serata di qualche anno fa trascorsa a teatro quando vidi la rappresentazione della piece "Tradimenti" del drammaturgo inglese Harold Pinter. Avevo letto il testo alcuni anni prima, innamorandomene come già mi era successo con Beckett. Lo trovavo struggente. L'uomo, nei drammi di Pinter, è inesorabilmente perso e attraverso la sua scrittura ne avvertivo il grido spesso disperato.
Trentotto anni ci separano dalla tragica notte in cui Luigi Tenco perse la vita, eppure la sua musica e le sue parole oggi sono vive e non solo nei ricordi di chi lo ha conosciuto. Molte canzoni del suo repertorio sono difatti entrate nella memoria musicale collettiva e appartengono un po’ a tutti. Forse perché brani come "Mi sono innamorato di te", "Un giorno dopo l'altro", "Vedrai vedrai" sono ancora capaci di conquistare all’istante chi li ascolta grazie alla loro chiara sincerità e semplicità solo apparente. In altre parole, credo che il mondo poetico e musicale di Luigi Tenco sia oggi più che mai attuale, anche perché è costruito intorno a tematiche profonde ed universali come l’amore, la nostalgia, la rabbia e mostra la convivenza di naturali contraddizioni o le comprensibili amarezze di un uomo che guardava il mondo con occhi speciali.
Negli ultimi anni diversi musicisti si sono avvicinati alla sua musica, molti appartenenti al jazz: Tiziana Ghiglioni gli ha dedicato un intero album, mentre Stefano Bollani, Danilo Rea ed Enrico Rava hanno trasformato la sue canzoni in veri e propri standard, una possibilità quest’ultima che, a parere di chi scrive, non è stata ancora sfruttata adeguatamente. Il pianista Enrico Pieranunzi e la cantante Ada Montellanico ugualmente avevano già eseguito la sua musica in chiave jazz, oggi, però, aggiungono a questo percorso un nuovo e significativo capitolo con queste "Storie di Tenco". Un progetto singolare che risulta di grande interesse soprattutto perché presenta quattro testi inediti del cantautore, accuratamente custoditi per decenni dalla famiglia Tenco. I testi sono stati affidati ai due musicisti che hanno composto delle musiche originali. In particolare Ada Montellanico ha composto le musiche di "Danza di una ninfa sotto la luna" e "Da quando", mentre "Mia cara amica" e "O me" sono toccate ad Enrico Pieranunzi. Si tratta, dunque, un’operazione coraggiosa, difficile e rischiosa, ma sostanzialmente riuscita, perché i due si sono avvicinati alle parole di Tenco con grande rispetto, cautela e sensibilità, consentendoci di apprezzare ancora le sue doti poetiche.
È così possibile riconoscere l’anima di Tenco nelle parole di "Danza di una ninfa sotto la luna", che da un inizio fiabesco precipita sulla terra in "perché" senza una risposta, riscoprire il suo romanticismo ora malinconico in "Da quando" ("Da quando / ho perso il tuo sorriso / ho perso anche il mio"), ora disincantato in "Mia cara amica" ("Mia cara amica mi sono accorto / che ti ho voluto soltanto bene / ma per poter restare assieme / bisognerebbe fingere di amarti"). La musica si lega con estrema naturalezza alle parole, dando attraverso l’interpretazione vocale un grande respiro ai contenuti espressi nei testi. Ada Montellanico è, infatti, in grado di porre egregiamente l’accento nei passaggi giusti, non cadendo nel tranello di ripetere in modo pedissequo lo stile del cantautore. Si appropria della poesia e della musica di Tenco in un modo originale insomma. Enrico Pieranunzi, invece, elabora dolcemente queste melodie con il suo raffinato e personalissimo tocco pianistico, che si pone in continuità con quello di Bill Evans. Accompagnati da grandi musicisti come Paul McCandles ai fiati, Luca Bulgarelli al contrabbasso, Bebo Ferra alla chitarra, Michele Rabbia alla batteria e Piero Salvatori al violoncello, oltre gli archi dell’Arkè String Quartet, Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi hanno completato questo lavoro interpretando alcune delle canzoni più belle del cantautore, partendo dalla toccante incertezza di "Mi sono innamorato di te", all'emotività di "Ho capito che ti amo" e fino all'impressionismo di "In qualche parte del mondo".
Alla fine risulta un disco che probabilmente non presenta sussulti e sorprese, riuscendo comunque sempre ad essere estremamente raffinato e a tratti molto affascinante, capace però di lasciare un soffio di amarezza. Infatti, quando qualcuno ci lascia troppo presto, spesso ci si chiede cosa avrebbe potuto ancora regalarci. Questo disco risponde solo in parte a questo interrogativo, ma tanto basta per accrescere il rammarico di un'assenza.
Stelle 4/5
More info: egeamusic
Tracklist:
1 Mi sono innamorato di te 7'20''
2 Da quando 5'26''
3 Mia cara amica 6'09''
4 Quasi sera 4'48''
5 Danza di una ninfa sotto la luna 6'20''
6 Che cos'e' 4'09''
7 Ho capito che ti amo 5'36''
8 Il tempo passo' 5'35''
9 In qualche parte del mondo 5'45''
10 O me 4'59''
Credits:
Ada Montellanico voce
Enrico Pieranunzi pianoforte, arrangiamenti
Bebo Ferra chitarra
Luca Bulgarelli contrabbasso
Michele Rabbia percussioni
Piero Salvatori violoncello
Paul Mccandless fiati
egeamusic 2005
Danza di una ninfa sotto la luna
Anche stanotte
uscita dal mare
tu, ninfa, danzi
vestita di luna...
Come nel mito
distruggi il pensiero
e sulla sabbia
disegni un perchè...
E quando all'allba
tu sparirai
sarò più solo
sotto la nuova luce...
Un'illusione
di felicità...
Ma perchè piangi,
ninfa, anche tu?...
Disegno di Gulliveriana
E' notte. L'Italicus sbuffa sui binari e manca davvero poco alla galleria San Benedetto Val di Sambro. Manca poco ma non ci arriverà mai a quella galleria, perché all'improvviso nella vettura numero 5 la bomba esplode. Il vagone viene sventrato ed è una fortuna che l'esplosione non sia avvenuta proprio nella galleria perché altrimenti gli effetti sarebbero stati ancora più micidiali. Alla fine il bilancio è fatto di 12 morti e una cinquantina di feriti. Autori della strage i neofascisti di Ordine Nuovo che rivendicano così il gesto: "Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti." Oggi possiamo dire che la democrazia non è stata abbattuta, ma il prezzo pagato in vite umane e menzogne è stato comunque alto. Un altra croce sul calendario.
Non è possibile ... sempre in ritardo accidenti. Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo. L'avevo detto che dovevo partire ieri per Firenze. Mi sarei risparmiato questa sfacchinata e adesso sarei già lì bello comodo, invece eccomi ancora qua ad aspettare, ad aspettare, ad aspettare un treno che prima o poi arriverà. Ma quando arriverà sarà sempre troppo tardi. Ma mi senti? Certo che sono scocciato, sono qua da quasi due ore ... che ore sono? Le 10.25 ...
Quanti dialoghi quotidiani, banali, apparentemente insignificanti come questo si sono spenti di colpo a quell'ora del 2 Agosto 1980 a Bologna? Non è possibile saperlo per certo. Di certo abbiamo dei numeri: 85 morti e 200 feriti. Dietro ogni numero c'è un nome, una storia, una vita, un'età interrotta, mille racconti, ricordi svaniti nel nulla. Cosa sappiamo di loro? Non solo che sono saltati in aria, ma che per anni ci sono state menzogne, depistaggi, segreti. Menzogne di stato. Ma sappiamo come è andata. Meglio non dimenticarlo. Mai.
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