burning bright

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martedì, 03 febbraio 2009
Lampi musicali

Ho "scoperto" i texani Balmorhea circa un anno fa con un disco dal titolo "River Arms", musica strumentale, modernamente antica, molto affascinante.

Uscirà a breve un nuovo cd dal titolo molto suggestivo "All is Wild, All is Silent" (magari segnatevelo su un pezzetto di carta), perciò mi son messo a cercare notizie in rete e ho trovato questi video molto belli tratti da questo nuovo cd. Per la cronaca il primo brano si intitola Coahuila, il secondo Remembrance... check it out! 

  


Balmorhea "Untitled 1" from Retread Sessions on Vimeo.

 


Balmorhea "Untitled 2" from Retread Sessions on Vimeo.

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giovedì, 29 gennaio 2009
Lampi notturni

Navigo in rete prima di buttarmi a letto perché ancora non ho sonno. Dovrò svegliarmi presto e ancora non so se dormirò. Gmail, splinder, repubblica, facebook, debaser, un paio di blog musicali e il tempo se ne va, senza affanni, il sonno sta per giungere. Poi leggo che è morto John Martin e mi dispiace. Mi consola pensare che forse adesso canta "Solid air" con Nick Drake.

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domenica, 04 gennaio 2009
Stamani

Stamani primo tuffo dell'anno. L'acqua era un po' fredda ma ne valeva la pena.

th_sky

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martedì, 11 novembre 2008
Novembre

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venerdì, 18 luglio 2008
Jill Tracy: The Bittersweet Constrain

In questi ultimi giorni ho ascoltato praticamente in loop un solo disco "The Bittersweet Constrain" di Jill Tracy.

Jill è una cantante, pianista, compositrice di San Francisco salita alla ribalta musicale proponendo canzoni che molti hanno catalogato come dark-cabaret. In effetti nelle sue interpretazioni si riscontra un gusto particolare per l'oscurità costruito in modo tale da risultare magnetico e sensuale.

Per certi versi mi ricorda tanto Patricia Barber quanto Tori Amos, ma con una veste più cupa e teatrale. Questo suo quarto disco coniuga perfettamente fascino e inquietudine. Forse non è propriamente un cd solare, ma la notte vive anche d'estate e vuole la sua musica.


mp3 Haunted by the Thought of You

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venerdì, 03 agosto 2007
Splash...

mare

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venerdì, 25 maggio 2007
Lampi tra gli ostacoli

Fa caldo... ascolto "Between The Bars" di Elliott Smith.

"Drink up, baby, stay up all night
The things you could do, you won't but you might
The potential you'll be that you'll never see
The promises you'll only make..."

"Quante volte ho ascoltato questa canzone?" Mi domando. Tante sicuramente, mai troppe però. E' certamente una delle mie preferite e ogni volta mi lascia uno strano miscuglio di sensazioni addosso. Sensazioni veloci, brividi leggeri e sfuggenti, accanto a mille pensieri e il primo è sempre una domanda: "Perché andarsene?". 

Non fa più tanto caldo adesso e non so nemmeno il perché.

  

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lunedì, 14 agosto 2006
Rita Marcotulli e Maria Pia De Vito in concerto

Rassegna "Time in Jazz" - Agnata 10 Agosto 2006 h. 18.00

Disegno di Gulliveriana: L'Agnata concerto per De André, acquarello

Chi ha percorso almeno una volta il pergolato che conduce all'Agnata, dimora di Fabrizio De André nelle vicinanze di Tempio Pausania, sa già che quel breve tragitto è potenzialmente prodigo di diverse sensazioni.

Gettando lo sguardo in avanti verso la facciata della casa abbracciata dall'edera, mentre si cammina sotto grappoli di uva in cerca del sole per maturare, è difficile non pensare che su quelle pietre, che disegnano il sentiero, Faber è passato tante volte e che forse alcune sue canzoni sono nate proprio in questo piccolo angolo di paradiso protetto dalle montagne e avvolto dalle sugherete e dai lecci. Tornarci oggi che lui non c'è più fa uno strano effetto, un po' malinconico. Tornarci, come stavolta, per ascoltare le sue canzoni, un po' consola anche se non è la prima volta che accade.

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mercoledì, 29 marzo 2006
V For Vendetta

Il popolo non dovrebbe temere il proprio governo, i governi dovrebbero temere il popolo

Memore delle passate trasposizioni cinematografiche di capolavori del fumetto del vate Alan Moore ("From Hell" e "La Lega degli uomini straordinari") ho varcato la soglia del cinema con il cuore carico di pregiudizi, pronto a far scoppiare la mia rabbia per l'ennesimo travisamento della poetica dello sceneggiatore inglese. Infatti, avendo vissuto come una violenza la resa fumettistica sul grande schermo di vere opere letterarie, pensavo che anche in questa occasione il copione si sarebbe ripetuto. In più i trascorsi cinematografici dei produttori del film, ovvero i fratelli Andy e Larry Wachowski autori della saga Matrix, non mi facevano ben sperare. In tutta sincerità credevo di dovermi sorbire un polpettone sul significato dell'alienazione umana, ruffianamente condito con scene d'arti marziali degne del peggior action movie hollywoodiano. Invece non è andata così e per la prima volta ho maturato nei confronti di un film trasposto dai fumetti di Moore un'impressione sostanzialmente positiva, per quanto a freddo non mi siano mancate alcune perplessità. Ma andiamo per ordine partendo ovviamente dalla trama.

La storia è ambientata in una futuristica Inghilterra che, sconvolta da guerre batteriologiche, si è affidata per paura ad una dittatura nazista di stampo orwelliano. In questo mondo, in cui tutte le diversità sono state disumanamente cancellate, irrompe un uomo che pone in essere una serie di atti terroristici contro il potere e i suoi simboli, creando il caos e risvegliando le masse ormai assuefatte al giogo della tirannia. L'uomo non ha un nome, si fa chiamare V, e nemmeno un volto, ma bensì una maschera, effige di Guy Fawkes, cioé il cattolico che il 5 novembre 1605 tentò inutilmente di far saltare in aria il Parlamento Inglese (la cosìddetta congiura delle polveri). La sua storia e le ragioni che lo hanno trasformato in V sono una delle chiavi della vicenda su cui aleggia un mistero che viene lentamente dipanato, svelando che dietro la maschera - peraltro mai tolta -  c'è una delle vittime del sistema di potere, ormai trasfigurata dalla ricerca di una vendetta condotta con lucida razionalità alla luce di idee che hanno sostituito la carne ed il sangue dello stesso uomo. Questa vicenda si intreccia con l'altra protagonista della storia Evey (Natalie Portman), una giovane orfana, che vedrà cambiare radicalmente la sua esistenza dopo l'incontro con V. 

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mercoledì, 05 ottobre 2005
The Band - The Last Waltz di Martin Scorsese

The Last Waltz (1978) di Martin ScorseseNon è mai facile dire “Basta!” quando serve, ci vuole determinazione e non tutti ce l’hanno. Rick Danko, Levon Helm, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson nel 1976 l’ebbero e dissero “Basta, è finita!”. Insieme decisero la fine di uno dei gruppi rock più importanti di quel periodo: The Band.
Nessuno sa bene perché si sciolsero, probabilmente furono gli anni passati insieme, diventati ormai una carriola colma di bellissimi ricordi e nostalgie, un sogno da interrompere prima che potesse diventare un incubo. Forse fu solo la stanchezza per sedici anni di tournèe in giro per il mondo o più semplicemente la consapevolezza che le cose possono cambiare. E stavano cambiando per davvero, la New Wave e il Punk erano infatti alle porte. Ma poco importa il perché di una fine quando la si scrive in questo modo, con serenità, allegria e tanta classe.

Scelsero una data, 4 dicembre 1976 il giorno del ringraziamento, e un luogo simbolico il “Winterland” di San Francisco, città nella quale sette anni prima avevano tenuto il loro primo concerto con il nome “The Band”. Poi chiamarono degli amici, semplicemente alcuni dei musicisti più influenti di quella generazione: Bob Dylan, Neil Young, Dr John, Joni Mitchell, Muddy Waters, Van Morrison, Eric Clapton, Ringo Starr, Neil Diamond, Ronnie Hawkins e tanti altri. Il tutto per realizzare un’idea semplice: tornare al punto di partenza e abbandonare le scene alla grande con un concerto che celebrasse una fine e un nuovo inizio. Decisero di intitolare questo concerto “The Last Waltz”, un ultimo valzer da ballare insieme a coloro che amavano per salutare il pubblico sorridendo, senza rimpianti. Il ricordo di quella serata, inoltre, sarebbe stato impresso per sempre su una pellicola dall’immenso Martin Scorsese.

E oggi, guardando a quasi trent’anni di distanza le immagini di quella serata, è difficile rimanere distaccati, non solo per la coinvolgente, vitale e sincera bellezza della musica, ma anche per la forza simbolica di questi fotogrammi che hanno fissato indelebilmente nel tempo alcune icone di un passato ormai volatilizzatosi. Vedere Dr John con quel faccione sorridente da giovane babbo natale sballato fa sorridere e sentirlo suonare fa capire quanto sia stato grande. E quanto era meravigliosa in quel tempo Joni Mitchell? Basta vedere queste immagini, che ce la regalano nel suo splendore all’apice della carriera. Poi come è possibile non emozionarsi nel rivedere Neil Young prima che il tempo inesorabilmente lo aggredisse, rendendolo la controfigura di sé stesso? E sentire quanto la voce giovane e energica di Van Morrison fosse capace di spaccare il cuore? E i brividi dinanzi a un Bob Dylan versione seventies in forma smagliante? Gli stessi che regala l’esibizione del leggendario Muddy Waters capace di dare vita a un blues di quelli che contorcono l’anima, facendo capire che gente così non ce ne è più in giro. Così come non c’è oggi un gruppo sanguigno come “The Band” in grado di trasportare nella sua musica quell’immediatezza ora in forma elettrica, ora acustica, di un rock con radici profonde, lontane.

Mi sembra quasi superfluo sottolineare il valore musicale di questa straordinaria serata, dovrebbe bastarvi sapere che la visione di questo concerto fra rock, folk, blues si vive tutta d’un fiato con passione. Molto si deve anche alla splendida regia di Martin Scorsese ed all’idea di intercalare le immagini musicali con interviste ai componenti del gruppo, che raccontano la loro storia. Certo si potrebbe anche acquistare il ricco cofanetto con le registrazioni su cd di “The Last Waltz”, ma secondo me non è possibile prescindere da questo film per avere un’idea precisa di cosa sia stato: un vero evento. Peccato solamente che il coraggio di quella scelta svanì sette anni dopo, quando avvenne la riunione del gruppo, senza però Robbie Robertson. Ma, una volta ballato l’ultimo valzer, non fu mai più la stessa cosa.

 

 

Stelle 5/5

More info: i credits del concerto in inglese

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sabato, 17 settembre 2005
Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi - Danza di una ninfa, storie di Tenco

Trentotto anni ci separano dalla tragica notte in cui Luigi Tenco perse la vita, eppure la sua musica e le sue parole oggi sono vive e non solo nei ricordi di chi lo ha conosciuto. Molte canzoni del suo repertorio sono difatti entrate nella memoria musicale collettiva e appartengono un po’ a tutti. Forse perché brani come "Mi sono innamorato di te", "Un giorno dopo l'altro", "Vedrai vedrai" sono ancora capaci di conquistare all’istante chi li ascolta grazie alla loro chiara sincerità e semplicità solo apparente. In altre parole, credo che il mondo poetico e musicale di Luigi Tenco sia oggi più che mai attuale, anche perché è costruito intorno a tematiche profonde ed universali come l’amore, la nostalgia, la rabbia e mostra la convivenza di naturali contraddizioni o le comprensibili amarezze di un uomo che guardava il mondo con occhi speciali.

Negli ultimi anni diversi musicisti si sono avvicinati alla sua musica, molti appartenenti al jazz: Tiziana Ghiglioni gli ha dedicato un intero album, mentre Stefano Bollani, Danilo Rea ed Enrico Rava hanno trasformato la sue canzoni in veri e propri standard, una possibilità quest’ultima che, a parere di chi scrive, non è stata ancora sfruttata adeguatamente. Il pianista Enrico Pieranunzi e la cantante Ada Montellanico ugualmente avevano già eseguito la sua musica in chiave jazz, oggi, però, aggiungono a questo percorso un nuovo e significativo capitolo con queste "Storie di Tenco". Un progetto singolare che risulta di grande interesse soprattutto perché presenta quattro testi inediti del cantautore, accuratamente custoditi per decenni dalla famiglia Tenco. I testi sono stati affidati ai due musicisti che hanno composto delle musiche originali. In particolare Ada Montellanico ha composto le musiche di "Danza di una ninfa sotto la luna" e "Da quando", mentre "Mia cara amica" e "O me" sono toccate ad Enrico Pieranunzi. Si tratta, dunque, un’operazione coraggiosa, difficile e rischiosa, ma sostanzialmente riuscita, perché i due si sono avvicinati alle parole di Tenco con grande rispetto, cautela e sensibilità, consentendoci di apprezzare ancora le sue doti poetiche.

È così possibile riconoscere l’anima di Tenco nelle parole di "Danza di una ninfa sotto la luna", che da un inizio fiabesco precipita sulla terra in "perché" senza una risposta, riscoprire il suo romanticismo ora malinconico in "Da quando" ("Da quando / ho perso il tuo sorriso / ho perso anche il mio"), ora disincantato in "Mia cara amica" ("Mia cara amica mi sono accorto / che ti ho voluto soltanto bene / ma per poter restare assieme / bisognerebbe fingere di amarti"). La musica si lega con estrema naturalezza alle parole, dando attraverso l’interpretazione vocale un grande respiro ai contenuti espressi nei testi. Ada Montellanico è, infatti, in grado di porre egregiamente l’accento nei passaggi giusti, non cadendo nel tranello di ripetere in modo pedissequo lo stile del cantautore. Si appropria della poesia e della musica di Tenco in un modo originale insomma. Enrico Pieranunzi, invece, elabora dolcemente queste melodie con il suo raffinato e personalissimo tocco pianistico, che si pone in continuità con quello di Bill Evans. Accompagnati da grandi musicisti come Paul McCandles ai fiati, Luca Bulgarelli al contrabbasso, Bebo Ferra alla chitarra, Michele Rabbia alla batteria e Piero Salvatori al violoncello, oltre gli archi dell’Arkè String Quartet, Ada Montellanico ed Enrico Pieranunzi hanno completato questo lavoro interpretando alcune delle canzoni più belle del cantautore, partendo dalla toccante incertezza di "Mi sono innamorato di te", all'emotività di "Ho capito che ti amo" e fino all'impressionismo di "In qualche parte del mondo".

Alla fine risulta un disco che probabilmente non presenta sussulti e sorprese, riuscendo comunque sempre ad essere estremamente raffinato e a tratti molto affascinante, capace però di lasciare un soffio di amarezza. Infatti, quando qualcuno ci lascia troppo presto, spesso ci si chiede cosa avrebbe potuto ancora regalarci. Questo disco risponde solo in parte a questo interrogativo, ma tanto basta per accrescere il rammarico di un'assenza.


 

Stelle 4/5

More info: egeamusic

Tracklist:
1 Mi sono innamorato di te 7'20''
2 Da quando 5'26''
3 Mia cara amica 6'09''
4 Quasi sera 4'48''
5 Danza di una ninfa sotto la luna 6'20''
6 Che cos'e' 4'09''
7 Ho capito che ti amo 5'36''
8 Il tempo passo' 5'35''
9 In qualche parte del mondo 5'45''
10 O me 4'59''

Credits:
Ada Montellanico voce
Enrico Pieranunzi pianoforte, arrangiamenti
Bebo Ferra chitarra
Luca Bulgarelli contrabbasso
Michele Rabbia percussioni
Piero Salvatori violoncello
Paul Mccandless fiati
egeamusic 2005


 

 

 Danza di una ninfa sotto la luna

Anche stanotte
uscita dal mare
tu, ninfa, danzi
vestita di luna...

  

Come nel mito
distruggi il pensiero
e sulla sabbia
disegni un perchè... 

 

E quando all'allba
tu sparirai
sarò più solo
sotto la nuova luce...

  

Un'illusione
di felicità...
Ma perchè piangi,
ninfa, anche tu?...

 

 


 

Disegno di Gulliveriana   

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martedì, 30 agosto 2005
Enrico Rava Quintet & Pat Metheny : Live @ Alghero (Anfiteatro di Maria Pia) - 07/08/05

Antefatto

Leggo sul giornale locale che il 6 agosto Pat Metheny sarà presente come ogni anno alla rassegna internazionale "Ai confini tra la Sardegna e il jazz" di Sant'Anna Arresi. Lancio un'imprecazione e mi incazzo come una iena affamata, perché mi rendo conto in un baleno che, per un motivo o per l'altro, perderò per l'ennesima volta un suo concerto.
Dopo un paio di giorni, sullo stesso quotidiano leggo che lo spettacolo che Fiorello avrebbe dovuto tenere ad Alghero - 30 km da casa mia - è stato annullato e sarà sostituito il 7 agosto da un concerto: Enrico Rava Quintet with Pat Metheny.
Tutto quadra, posso andare, apriti cielo, Dio c'è e ascolta il jazz.

Nell'attesa

La serata è fresca, tira un forte vento di maestrale, che solleva la sabbia del litorale di Maria Pia, dinanzi al quale sorge l'anfiteatro all'aperto dove si terrà il concerto. Ciò, però, non sembra scoraggiare i tantissimi appassionati - ancora increduli - che si radunano davanti al botteghino. Uno sguardo intorno ed una constatazione: ci si conosce un po' tutti. In fondo a questi concerti ci sono sempre le stesse facce, forse è meglio così.
Ci mettiamo in fila per i biglietti, sviluppando ironicamente i ragionamenti teologici, relativi alla fortunata circostanza che ci consentirà di ascoltare il chitarrista americano, tra l'altro inserito in un contesto inusuale, ma eccitante, per la bravura dei musicisti del quintetto di Enrico Rava. Parlando ci rendiamo conto che la tensione emozionale sta pian piano crescendo.
Prima di prendere posto - effettuata la doverosa scorta di birra - mi soffermo a fare due chiacchiere con un ragazzo che vende cd jazz in una bancarella. E' un grande appassionato di musica, che conosco di vista già da un po', perché gira tutte le rassegne jazz dell'isola, vendendo i suoi cd, tra l'altro spesso ricercatissimi. Mentre spulcio avidamente la mercanzia, mi racconta del concerto che Metheny ha tenuto a Sant'Anna Arresi il giorno prima. Elettrizzato mi anticipa che assisteremo certamente a un grande spettacolo musicale: "È gente che ha voglia di suonare, che non si risparmia. Vedrai... se sarà bello solo la metà del concerto di ieri sera, sarà comunque splendido." Ullalà! Se prima ero curioso adesso mi riscopro in fibrillazione.

Il concerto

Verso le nove e mezza la serata viene aperta da Paolo Angeli, che per una mezz'oretta disorienta con piacere il pubblico con i suoni campionati della sua chitarra sarda preparata, spaziando tra una miriade di generi: folk, rock, avanguardia, free jazz, etnico, psichedelia. Interessante musicista e ottimo aperitivo. Memorizzo il nome.
Passate le 22 sul palco fa il suo ingresso tra gli applausi il gruppo. La formazione è da brividi: Enrico Rava (tromba), Andrea Pozza (pianoforte), Gianluca Petrella (trombone), Roberto Gatto (batteria), Rosario Bonaccorso (contrabbasso) e Pat Metheny (chitarre).
Pochi convenevoli, molti sorrisi e si parte con la musica, alla grande già dall'inizio. Non hanno bisogno di scaldarsi, sono già roventi. I due brani di Enrico Rava, che aprono la serata, vengono iperdilatati fra ripetuti assolo, duetti e trii, che nella frenesia dei suoni marcati e accesi mettono subito in evidenza l'impronta caratteristica di tutto il concerto: la grandissima personalità di tutti i musicisti, che suonano alla pari. Sul palco in realtà non c'è una stella, ma ce ne sono sei e questo sorprende ancor di più se si pensa - ad esempio - che il trombonista è davvero giovanissimo (classe 1975). Ma Gianluca Petrella dimostra di non avere alcuna sudditanza, perché è un vero istrione capace di lanciarsi di continuo nelle jam sessions, alternando la ricerca di note alte a quelle grevi. Straordinario, un musicista da tenere sott'occhio. Enrico Rava ... che dire. Un vero signore: poche parole, sguardo ironico, tanta musica e la capacità di fare cose semplici senza farsi prendere la mano, rimanendo sempre misurato e caldo, sia nei momenti meditativi, che in quelli più esuberanti. Forse ci sono trombettisti migliori, è vero, ma sinceramente non c'è un suo concerto al quale abbia assistito di cui mi sia pentito. Poi si sa che Roberto Gatto è miglior batterista jazz italiano, un musicista di spessore internazionale, che non perde mai un colpo mostrando quasi sempre quel sorriso che ti fa capire la sua gioia nel suonare. In breve, di certo non è uno che timbra il cartellino e si intende a meraviglia con tutti riuscendo ad essere il motore della serata: una garanzia. Rosario Bonaccorso, invece, accompagna i suoi assolo con la voce. Canta, dunque, e fa cantare il contrabbasso. Non l'avevo mai sentito, ma mi ha proprio sorpreso la sua vitalità, oltre la raffinatezza delle sue esecuzioni e la timbrica dei suoni che è capace di generare. Andrea Pozza, d'altra parte, elabora al piano geometrie ricche, supporta intelligentemente lo sviluppo dei fiati, dà sempre un segno importante e significativo della sua presenza nel gruppo con linee melodiche espressive, progressioni attente ed efficaci. Musicista intelligente, fantasioso e talentuoso, per di più anch'egli giovane e da osservare con attenzione. Pat Metheny, invece, lo conosciamo bene un po' tutti, ma ascoltarlo dal vivo è davvero un'altra esperienza: è semplicemente un prodigio. Con la chitarra fa quel che vuole, dando sempre l'impressione che sia la cosa più semplice di questo mondo. Sono, ad esempio, pazzesche le esecuzioni che fa in sincrono ora con Rava, ora con Petrella, ora tutti e tre insieme alla velocità della luce.
Grande tecnica, ma al servizio della melodia e non di una musica autoreferenziale. Se ne ha una prova più concreta nella parte centrale della serata, quando con il solo Rava il chitarrista inizia a snocciolare un'interpretazione più bella dell'altra, alternando per ognuna di esse una chitarra diversa. Così si passa da standard meravigliosi quanto celebri ("My Funny Valentine", "Summertime") ad una vera e propria chicca, ovvero una bossanova ammaliante di Jobin: "Insensatez". Questa spezza il ritmo del concerto, dando davvero i brividi.
E il tempo continua a passare, senza che sia possibile rendersene conto, con un omaggio a Duke Ellington ("Sand"), che i sei musicisti tirano all'infinito. La chiusura della serata viene affidata ad una composizione di Metheny ("When We Were Free"), che consente al musicista del Missouri di scatenarsi letteralmente oltre l'immaginazione, agendo di continuo sulla pedaliera per elaborare una pioggia torrenziale di note che travolge letteralmente il pubblico, ormai in piedi ad acclamare i musicisti sotto il palco.

Conclusioni

Morale della favola: tre ore e mezza piene di musica, un treno di passione vera e viscerale che ha travolto tutti. Una serata unica, degna di un palcoscenico come Umbria Jazz, ma verificatasi per una circostanza fortuita, un caso, un segno del destino ad Alghero. Insomma, Fiorello ti voglio bene.

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